fotografia

Dove tu non sei


E’ un giro di valzer questo tempo, un roteare su un palco piccolo piccolo, in un teatro che hai avuto l’onore di allestire tu stesso.

Senza spettatori, danziamo con le speranza che qualcuno ci dica che lo spettacolo è finito.

La storia dell’umanità è costellata di costrizioni, percorsi stabiliti dalla necessità o da gerarchie familiari ed effettivamente è meno di 100 anni che a noi occidentali è stato concesso di scegliere liberamente che lavoro fare, che viaggi intraprendere, quando è il momento di uscire di casa e quando invece è il momento di stare da soli.
Oggi, che questa libertà ci è stata negata per ragioni sanitarie, oggi che chiudono frontiere, congelano i nostri lavori e il mondo diventa la vista da una finestra, fisica o digitale, io ho iniziato a ripercorrere tutti i miei viaggi facendo una selezione delle immagini che ho scattato in questi ultimi anni.
Scorrendo immagine per immagine, ho iniziato a riflettere su quale fosse il comune denominatore dei miei scatti e l’ho trovato, senza stupirmi, nell’assenza.

Ho iniziato a fotografare a 20 anni. Le mie linee guida erano le spiagge di Luigi Ghirri e Paul Strand nelle immagini della sua Parigi deserta.
Cresciuto in una città caotica e in una famiglia numerosa, il silenzio e l’assenza mi hanno sempre affascinato ed era questo che cercavo quando dovevo immortalare un luogo.

Non ho mai viaggiato per fotografare. Non ho mai organizzato viaggi in funzione di un progetto e mi sono sempre spostato in periodi dell’anno dove tutti si spostano e quindi, trovare l’assenza era una sfida.
In questi anni mi sono dimenato tra orde di turisti di ogni specie per riportare nelle mie foto e regalare allo spettatore un’immagine che dia la sensazione di sentire il mio respiro dietro la macchina fotografica e che regali pace, apra ad immaginazioni sterminate, distruggendo la mera localizzazione geografica del posto, offrendo la mia visione solo ed esclusivamente come un ricordo. Anche quando ho lavorato per la moda e il soggetto umano era indispensabile, ho sempre lavorato in studio, ricreato luoghi e situazioni e utilizzato una sola luce per simulare quella solare.

Quando in questi giorni ho avuto modo di vedere le immagini delle metropoli deserte ho riflettuto sulla mia enorme menzogna, sulla fatica fatta per architettare quel piano e su come sia veloce la mutazione della percezione. Improvvisamente il mondo è diventato un set, le case dei props e il sole un enorme bank.

Quando ho scelto la fotografia l’ho fatto perché ho percepito immediatamente il suo potere diabolico. E’ la menzogna più grande, è l’immagine più fedele della realtà ma allo stesso tempo può essere la più falsa e indurre lo spettatore a credere che sia reale.
Io lo so che quei luoghi, i miei luoghi, erano affollati ma la mia era una menzogna a fin di bene, mi serviva per raccontare una storia che sarebbe finita in un libro di fiabe.

DOVE TU NON SEI è la mia confessione dopo 20 anni di latitanza.
Queste settimane mi hanno costretto con le spalle al muro, la mia postazione di lavoro è mutata in una sedia fredda di metallo, la luce del monitor in una lampada puntata in faccia e le mie foto in un grido che mi intimava a confessare. Questa ammissione, il trucco svelato è il mio coup de théâtre.

Era tutto finto tranne quello che volevo raccontare.

Fabio Ricciardiello.


Nel mese di Marzo, come molti, avrei dovuto incontrare una serie di persone per iniziare nuovi progetti, concretizzarne altri e stringere nuove conoscenze.

Nell’impossibilità di un contatto ravvicinato a causa delle restrizioni per emergenza sanitaria, ho pensato di inviare una foto scelta da me tra quelle facenti parte del progetto “dove tu non sei”, come fosse una cartolina che è un invito al viaggio e di chiedere, al destinatario, un’impressione su ciò che ha ricevuto. I messaggi, le impressioni ricevute sono diventate una sorta di testo che accompagna il progetto scaricabile in pdf dal link sottostante.

Ringrazio di cuore Azzurra Immediato, Irene Biolchini, Marina Dacci, Claudio Composti, Luigi Codemo e Giovanni Gardini che con le loro “impressioni” hanno attraversato quel ponte, tirato su in pochissimo tempo, per ricambiare il mio abbraccio.

Scarica il PDF di questo progetto

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