fotografia

To Love another person, is to see the face of God


Il progetto fotografico di Fabio Ricciardiello, “To Love another person, is to see the face of God”, è una lettera d’amore per l’India, da cui affiora l’universalità di un messaggio di vita, di bellezza e di umanità, avvincente, avvolgente, complesso e vividamente enigmatico.

Azzurra Immediato


“To Love another person, is to see the face of God”

Victor Hugo, Les Misérables

Se si dovesse scegliere un luogo al mondo in grado di raccontare le luci e le ombre dell’umano vivere, con ogni probabilità, questo sarebbe l’India. In esso, invero, si fonde un universo mitico, che affonda le proprie radici in un passato lontanissimo, in quella notte dei tempi epica, narrata dai poemi di migliaia di anni fa. L’India è un mosaico, un poliedrico mondo a sé stante, complessa epitome trasversale in grado di farsi ritratto della vertiginosa mutazione universale. Riflettendo sui concetti di ‘viaggio in India’ e ‘ritratto’ e sulla loro ridefinizione, scomposta ed liberata da sovrastrutture di pensiero che hanno ingabbiato il subcontinente asiatico entro una griglia di giudizi impietosi ed assolutamente errati, giunge in aiuto un progetto fotografico, portato avanti dall’artista Fabio Ricciardiello, teso a riportare in auge alcuni elementi narrativi e drammaturgici, mediante una iconografia volta a evocare ciò che, troppo spesso, è celato agli occhi di chi non sa più guardare l’India, obnubilato dal potere della stereotipia.

13 scatti per 12 mesi, un calendario dunque? Non solo. Un racconto per immagini, certamente. Un reportage? No. Uno sguardo cangiante, una narrazione che procede come un antico poema della tradizione, ove ogni foto pare corrispondere ad un capitolo. Il filo conduttore è l’identità del popolo indiano, descritto nell’incedere della vita, nella dignità di una azione, di un movimento, di una espressione e di uno sguardo, persino di una architettura o di un paesaggio, abbecedario di una riflessione neorealista che il fotografo ha colto in un istante. In quasi tutte le fotografie, tranne una, l’elemento umano si propone come soggetto a propria insaputa, delicatamente indagato, nella forza del proprio essere. ‘Umanità’ è il lemma che lega ogni scatto, attraverso il mirabile dialogo tra opposti: contraddizioni, luci ed ombre segnano i confini del Paese, ove ricchezza e povertà si guardano e si oltrepassano; ed è qui che ‘la miseria ed i miserabili’ come scriveva Victor Hugo, scelto dallo Studio Jaumann come ispiratore di questo viaggio per immagini, si propone come metafora letteraria. Già, perché l’artista ha portato in scena volti che recano con essi l’icona di una sacralità immensa, simbolicamente ed enigmaticamente legati ad un peculiare modus vivendi ed al suo scandire il tempo e la vita del luogo. Il viaggio in India portato avanti da Fabio Ricciardiello ha il potere di tradurre una riflessione dal valore antropologico ed antroposofico, attraverso cui poter indagare il sincopato e disarmonico ritmo con cui il progresso non ha coinciso con l’evoluzione, o viceversa. Il viaggio ed il racconto di queste tredici fotografie, non sono quadri colmi di pietas, a tale errato sentimento, s’è sostituita la meraviglia, la prorompenza di una bellezza a tratti inenarrabile ed inarrestabile, non più ‘altrove esotico’ quanto prisma e crogiuolo di millenni racchiusi nello sguardo di uomini che osservano barche transitare sulle acque, in sguardi animati dalla curiosità infantile od in sguardi di anziani che racchiudono ulteriori ed infiniti universi. In ognuno dei soggetti immortalati, nel loro quotidiano vivere, l’artista ha colto quanto è celato, ovvero una più profonda e fascinosa interiorità; in quegli sguardi, inoltre, sembrerà di riconoscer qualcosa di ‘indifendibile’, in perenne prossimità alla vita e alla saggezza. Ogni scatto genera una poesia interiore, tracciata mediante evocazioni che, soavi, si sono infiltrate nelle luci fioche di albe e tramonti, nelle nebbie e nei fumi degli incensi di preghiera o nel caos di intricate foreste urbane. L’obiettivo dell’artista ha gemmato, tuttavia, una visione dell’India tanto reale quanto immaginifica, opposta alle immagini da cartolina o da guida turistica, così come del tutto divergente da sferzante reportages.

Il lirismo che accompagna questi tredici scatti e che genera il dipanarsi della narrazione, si sostanzia di una coinvolgente melancholia, tale da porsi come elemento sinestetico, coinvolgimento percettivo capace di ipnotizzare i sensi e, poi, di ampliarsi alla dimensione, che si rispecchia in una definizione nuova ed inusitata dell’anima del Paese. 13 foto, 12 mesi, un caleidoscopio di volti, occhi, istanti e luoghi preziosi, in cui l’umanità si fa allegoria di una intangibilità straordinaria, racchiusa in riti apparentemente lontani ed anche nel reale quotidiano che l’artista ha saputo cogliere, non con la volontà di ‘catturare’ o di ‘manipolare’, bensì di traslare, come un moderno narratore. In tale processo, estasi e verità hanno avuto la forza di tracciare la meraviglia splendente che l’India sa mostrare con la propria sensibilità, nel solco di un esistenzialismo millenariamente unico.

Il progetto fotografico di Fabio Ricciardiello, divenuto il Calendario 2020 dello Studio Jaumann, è una lettera d’amore per l’India, da cui affiora l’universalità di un messaggio di vita, di bellezza e di umanità, avvincente, avvolgente, complesso e vividamente enigmatico.

Che il soffio di tale immensa eternità possa ispirare i vostri occhi ed il vostro nuovo anno.

Azzurra Immediato

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