Fabio Costì? Fabio Ricciardiello?


Da bambino amavo costruire castelli di sabbia, di quelli complicati con tanto di fossato, guglie altissime e pista per le biglie che facevano percorsi complicatissimi.

Il piacere più grande lo raggiungevo quando, dopo aver ammirato e fatto ammirare la mia opera architettonica perfetta, passavo alla distruzione della stessa che diventava nuovamente sabbia, pronta per diventare altro o rimanere semplicemente se stessa.

E’ uno schema che ho portato avanti per tutta la mia vita e che a volte a funzionato e a volte no ma di sicuro, mi ha portato a non restare mai fermo sia fisicamente che intellettualmente.

Quando mi chiedevano come mai Costì avevo una storia talmente vera che quando la raccontavo sembrava una leggenda.

Un pomeriggio ho aperto il dizionario in cerca del mio pseudonimo. La prima parola sarebbe stata quella giusta.

Costì :Nel luogo dov’è la persona a cui si parla o scrive:

E tu che se’ costì, anima viva, Pàrtiti da cotesti che son morti (Dante).

In genere non differisce, anche per l’uso, da costà, ma indica luogo più vicino, sicché, parlando a due persone, s’adopera costì per la più vicina, costà per la più lontana.

[Treccani]

Ebbi la sensazione che qualcuno avesse guidato la mia mano perché quel Costì lo sentii mio nell’immediato tanto che anche mio nonno, quello che mi aveva passato il mio vero cognome, iniziò a chiamarmi Costì, con la C maiuscola.

E sono andato avanti anni, firmando le mie opere iniziali, quelle dell’Accademia, la mia prima personale a Bologna fino a consacrarlo nella fotografia, firmando servizi per i giornali e ADV per case di moda.

E quando mi chiedevano il perché di quello pseudonimo incolpavo la complessità del mio cognome. Arrivato a Milano diventava puntualmente Ricciardillo o Ricciardello e per farlo intendere, dovevo pronunciare la e aperta e lo detestavo perché non era così che si pronunziava.

Quella motivazione ha retto per 20 anni fino a quando non mi sono reso conto che in qualche modo Costì non era diventato altro che una maschera che mi permetteva di fare un po’ come mi andava.

Costì giustificava la mia frivolezza, funzionava nel mondo in cui lavoravo ed era veloce per la città dove avevo deciso di vivere.

Quando nel 2018 ho messo in discussione la mia vita per il semplice fatto che, dopo anni sentivo la necessità di dire qualcosa, quella maschera non è caduta ma si è infranta e quando, in tanti, mi hanno chiesto se non temessi di essere dimenticato rinunciando a quello pseudonimo, io non riuscivo a pormi la stessa domanda perché la costante era rimasta intatta. Fabio.

Riprendendo la storia dei castelli di sabbia, in questi anni una cosa l’ho imparata, ho smesso di distruggere e ho imparato a catalogare per mese e anno.

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